Il Messagero de Dimanche 25/05
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Il Messagero de Dimanche 25/05
Domenica 25 Maggio 2003 Chiudi
Roma, celebrata in S. Maria Maggiore
Messa tradizionalista, il Vaticano “apre” ai lefebvriani
di ORAZIO PETROSILLO
CITTA’ DEL VATICANO - Un chiaro messaggio di apertura per ricomporre lo scisma provocato nel 1988 dal vescovo ultratradizionalista Marcel Lefebvre. Un convinto segnale di comprensione verso i cattolici tradizionalisti attaccati alla messa con il rito preconciliare perché non si sentano emarginati. E non pochi mugugni tra coloro che ritengono poco opportuna l’iniziativa del cardinale Darìo Castrillòn Hoyos, presidente della Commissione ”Ecclesia Dei” (ha il compito di recuperare all’unità i lefebvriani), che ieri ha celebrato una «messa solenne con canto» nella basilica di S. Maria Maggiore secondo il rito detto di «S.Pio V» usato nella Chiesa cattolica latina fino alla riforma del 1965 voluta dal Vaticano II e che dall’88 - dopo lo scisma di Lefebvre - il Papa ha autorizzato ad usare, previo un indulto. Per i cattolici di una certa età, quello di ieri sera è stato un edificante amarcord, anche se latino e gregoriano non sono certo stati abbandonati a Roma, specie nei riti papali. L’effetto della messa con le spalle al popolo non ci poteva essere perché sull’altare basilicale i pontefici hanno sempre celebrato di fronte al popolo. Le navate erano gremite di fedeli molto partecipi (donne in veletta) dei diversi gruppi tradizionalisti i quali, con il rosario e la messa, hanno inteso «onorare» Giovanni Paolo II nel XXV di pontificato. Il Papa li ha ringraziati con un messaggio del cardinale Sodano. Erano presenti ben cinque cardinali (Medina, Stickler, Law, Baum e Razafindratandra) e due capidicastero (De Magistris ed Herranz). Tra i fedeli: Ruspoli, De Mattei e Borghezio.
L’omelia di Castrillòn (non sospetto di conservatorismo ma impegnato a concedere il concedibile ai lefebvriani) ha ribadito la necessaria unità attorno al Papa, secondo la vera tradizione della Chiesa. L’apertura ai lefebvriani e agli ultradizionalisti in genere è consistita in due affermazioni che faranno discutere i liturgisti. La prima: «Il rito di S. Pio V non si può considerare come estinto». Quindi la messa pre-conciliare ha pieno diritto di cittadinanza nel rispetto della tradizione (ma i lefebvriani contestano altri documenti del Vaticano II). Obiezione: nel momento della riforma del rito della messa (1965), il precedente s’intende implicitamente abolito. Salvo farlo rivivere con indulto, com’è avvenuto nell’88. Inoltre, Castrillòn ha citato il n. 4 della Costituzione sulla liturgia, equiparando il rito di S. Pio V della messa agli altri riti della Chiesa, come l’ambrosiano, il bizantino, ecc. Il che pare difficile accettarlo. La messa di ieri ha confermato tutti i buoni motivi per seguire la riforma conciliare e per non rimpiangere il vecchio rito, tranne nel caso degli arbitrii e sciatterie, lamentate dai Papi, che in molti casi hanno accompagnato il nuovo rito della messa.